La crisi delle borse

Roma -

In questi giorni, i giornali riportano, con risalto, le notizie sulle "giornate nere" delle borse.

Tutto si fa risalire alla caduta di valore delle azioni sui mutui a rischio rilasciati negli USA.

Comprendiamo che spiegare il problema è difficile.

Ci proveremo in pochissime parole.

Le banche americane hanno fatto prestiti per comprare la casa o, in genere, per sopravvivere. I mutui, sono stati rilasciati a chiunque li abbia richiesti, anche senza alcuna garanzia.

Le banche, infatti, non si preoccupano più di tanto in quanto impacchettano i crediti sui mutui, in azioni e li mettono in vendita.

Nel momento in cui il costo del denaro si è alzato, i mutui non sono stati più onorati e, di conseguenza, le azioni aperte dalle banche su questi mutui sono divenute carta straccia.

Ma chi ha comperato le azioni sui crediti dei mutui?

I fondi d'investimento. Hanno comperato le azioni con i soldi delle pensioni e delle liquidazioni (TFR).

Così, il cerchio si chiude.

Le banche, quindi, concedono mutui super agevolati che non vengono più pagati. Le banche si riprendono i beni acquistati e immettono sul mercato azioni sui crediti dei mutui.

I fondi di pensione, gestiti dalle banche, acquistano le azioni sui mutui. Le banche intascano nuovamente denaro.

I lavoratori, indebitati con i mutui, perdono anche le pensioni e il TFR.

E' chiaro che, di fronte a questa situazione, sono scesi in campo subito i fautori dei fondi pensioni integrativi.

Lo stesso Scimia (presidente della Covip) ha tentato di tranquillizzare (il TFR dei lavoratori è al sicuro) chi ha deciso di investire il proprio TFR nei fondi pensione.

Invece, noi siamo fortemente preoccupati visto anche l'imminente tentativo di scippare il TFS dei lavoratori pubblici preparato dal Governo e da CGIL, CISL, UIL, UNSA e UGL, con l'accordo siglato lo scorso 1 agosto 2007 e al quale i lavoratori dovranno opporsi (leggi il nostro comunicato).

 

La nostra, ovviamente, è una semplicissima spiegazione che non rende giustizia ad un fenomeno che risulta molto più complesso.

Per questo, vi riportiamo l'articolo di Giulietto Chiesa ricordandovi dell'incontro/dibattito che si è tenuto presso il MEF lo scorso 8 giugno 2007 e del quale potete scaricare la registrazione audio (l'amministrazione vietò, per motivi "di sicurezza", la ripresa video) sul nostro sito web ww.rdbtesoro.it oppure, cliccando direttamente su questo link 8 giugno 2007.

 

 


 

IL GRANDE CASINO MONDIALE DELLA FINANZA

di Giulietto Chiesa (Megachip)


Allora facciamo un po' di conti: la Banca Centrale Europea ha sganciato più di centoventi miliardi di euro per sostenere le banche europee che hanno speculato sulla bolla edilizia e dei facili prestiti americani.

La Federal Reserve ha tirato fuori assai meno per sostenere i truffatori d'oltre Oceano, cioè 12 miliardi di dollari, più 25, totale 37.

Li chiameremo truffatori perché stimiamo abbastanza il premio Nobel Joseph Stiglitz, il quale ha scritto, senza troppi complimenti, che Alan Greenspan non poteva non sapere, negli anni scorsi, a partire dal 2002, che la politica della Federal Riserve, da lui guidata, avrebbe condotto al baratro.

Come definire un signore dall'immenso potere, come Greenspan, che trascina il mondo intero verso un disastro, sapendo perfettamente quello che fa? Un truffatore, certamente. Ma anche un irresponsabile. E, quindi, seconda domanda: come possiamo stare tranquilli venendo a sapere che alla testa di cruciali istituzioni di influenza planetaria ci sono persone irresponsabili?

Anche perché non è che Alan Greenspan agisse da solo. Con lui c'era il presidente degli Stati Uniti, per esempio. E via scendendo per li rami di questa foresta imperscrutabile che è oggi la finanza mondiale.

L'allarme rosso è venuto quando si è scoperto che una delle maggiori banche europee, BNP Paribas (che è ora anche molto presente sul mercato italiano) ha dovuto chiudere, per palese insolvenza, ben tre “fondi” che avevano speculato, anche loro, insieme alle banche americane, sui mutui ultra-agevolati che sono stati concessi ai risparmiatori americani.

Tanto agevolati che, quando il denaro ha cominciato a diventare caro anche in America, hanno smesso di pagare le rate dei loro mutui, cioè hanno fatto andare in tilt tutti i “fondi” che avevano rastrellato immense ricchezze, costruendo una bolla speculativa talmente gigantesca che aveva tirato praticamente tutta l'economia americana in questi ultimi sei anni. Se è vero, com'è vero, che i due terzi degli aumenti occupazionali, per esempio, erano dovuti a questa bolla, e altrettanto si può dire degl'investimenti. E poi ci dicevano, tutti i commentatori sempre molto ottimisti, che “i fondamentali” erano buoni, per cui si poteva stare tranquilli: ci sarebbe stato un “atterraggio morbido”.

In effetti l'atterraggio non è stato molto morbido. Anzi, per essere più precisi, al momento in cui scrivo queste righe parlare di atterraggio è ancora prematuro: infatti siamo ancora in volo e non si sa su quale aeroporto atterreremo, sempre che atterriamo. Ma a subire il contraccolpo più duro siamo stati, per ora, noi europei. Oltre alla già citata scelta di Trichet, per evitare il crollo di Paribas e degli altri complici truffatori europei, le  Borse europee hanno perduto fino ad ora circa 180 miliardi di euro in valore delle azioni. E non è finita quì. International Herald Tribune scriveva ad agosto, con l'aria di chi, in questi anni, non aveva detto e scritto che tutto andava benissimo, che “non è ancora chiaro” qual è l'entità dell'infezione che ha contagiato l'Europa.
Dobbiamo dunque supporre – anzi è certo - che le banche europee, chi più, chi meno, abbiano fatto come Paribas. Il che conferma che l'economia dell'Occidente è talmente interconnessa – e americano-dipendente - che nessuno può salvarsi se gli Stati Uniti perdono il lume della ragione. Infatti l'hanno perduto, e non da ieri. Ma noi europei ci comportiamo come dei sudditi vili, dei vassalli che, dopo avere lasciato fare un Imperatore irresponsabile, gli pagano anche i debiti. Una parte, perché i debiti che gli Stati Uniti (il budget dello stato, le imprese, le famiglie) hanno accumulato non potranno essere pagati da nessuno, nemmeno dagli stessi Stati Uniti.

Eppure tutti insieme, con la complicità della finanza europea, sono andati avanti fino al disastro. Disastro che si ripercuoterà su di noi, ma non su di loro. Anche perchè all'indebitamento americano non c'è una cura. E loro troveranno il modo di distrarci  facendo un'altra bella guerra umanitaria e per i diritti umani.

Tutto ciò conferma che gli Stati Uniti d'America sono diventati il bubbone infetto che sta trascinando il mondo intero in un disastro immane. E da noi chiedono ai pensionati di fare sacrifici, costruiscono “fondi” pensione con i trattamenti di fine rapporto. Fondi che speculano anche loro sul mattone americano che scoppia, mettendo a repentaglio le future pensioni integrative che i poveri disgraziati che stanno per andare in pensione potrebbero non vedere mai più, con l'aria che tira. Ci voleva Eugenio Scalari per richiamare alla memoria il 1929. Ci siamo vicini.

La seconda considerazione nasce da altre cifre sconcertanti. Risulta che, subito dopo l'11 settembre 2001, la Banca Centrale Europea sborsò, allo stesso, nobile scopo, “soltanto” 70 miliardi di euro. Tenendo conto che allora l'euro valeva un 10% in meno, diciamo che il conto che dovemmo pagare fu la metà di quello odierno. Ma dice anche che il crollo odierno è gigantesco, senza precedenti. E se non si è ancora trasformato in una recessione come quella del 1929, è solo perché gli organizzatori della truffa (John Kenneth Galbraith scrisse prima di morire un aureo libretto intitolato “L'economia della truffa” , in cui praticamente svelava tutti i trucchi) hanno fatto quadrato e, usando i nostri soldi e il nostro lavoro, hanno protetto il GCMF (Grande Casino Mondiale della Finanza).Adesso ci diranno, gli stessi commentatori che reggono la candela, che “i fondamentali” torneranno a essere buoni, che la crescita riprenderà, che la globalizzazione è buona e, soprattutto, non ha alternative. Ma i pessimisti, come Stiglitz, ci avvertono che l'indebitamento americano continua a crescere, e non pare che ci sia mezzo per fermarlo. E allora – poiché non è ragionevole attendersi che il prossimo presidente degli Stati Uniti spieghi ai suoi cittadini che la situazione in cui vivono non è più sostenibile – la prima cosa da fare, la più urgente, sarebbe quella di prendere le distanze dalle loro illusioni di consumatori compulsavi. Lo so che non è facile e che siamo tutti interconnessi.

Ma qualche cosa l'Europa può fare, esercitando la sua indubbia forza finanziaria, tecnologica e commerciale: per esempio condizionando con decisione le scelte degli Stati Uniti nel Fondo Monetario Internazionale, nell'Organizzazione Mondiale del Commercio, nella Banca Mondiale.

L'alternativa è non solo pagare un livello dei consumi americani che è insostenibile e inaccettabile nelle attuali condizioni del pianeta, ma anche precipitare comunque in una recessione mondiale che è palesemente all'orizzonte. Anche perché – ed è questo il terzo punto di riflessione – i tassi di crescita economica, che continuano a esserci, ma che si stanno riducendo inesorabilmente, dicono che siamo arrivati, in molti punti, al “limite”. Non ci sarà qualcuno che, nei prossimi dieci (massimo quindici) anni deciderà che è giunto il momento di ridurre la crescita: per la semplice ma drammatica constatazione che sarà la crescita stessa a fermarsi, perché impedita dai limiti “fisici” che l'attuale sviluppo “insostenibile” ha creato. I nostri leader (o ignoranti o truffatori) continuano a ragionare in termini di economia del denaro. Non capiscono che l'economia del denaro è un'invenzione sociale, che non è soggetta alle leggi fisiche del pianeta.

Quasi nessuno tra loro sa (o ha il coraggio di sapere) che questo pianeta si trova in “overshooting ” dall'inizio degli anni '80, cioè da oltre 25 anni. Il che significa che in questi venticinque anni i popoli della terra (e sappiamo che questa espressione è molto falsa, perché è solo una minima parte di quei popoli che ne ha tratto vantaggio) hanno utilizzato le risorse del pianeta, ogni anno, più di quanto quelle risorse siano state rigenerate in quello stesso anno. I più informati tra questi leader (ivi inclusi i manager delle grandi corporations) ci dicono che tecnologia e mercato risolveranno i problemi. Ma l'una e l'altro non saranno sufficienti.

Cioè, come ha scritto Sartori qualche tempo fa, “il mercato non ci salverà”. Perché? Ma perché essi richiedono molto più tempo, per agire, di quello di cui ormai disponiamo. Perché richiedono essi stessi ulteriori flussi di energia e di materiali, ed entrambi sono ormai scarseggianti. Perché tutto ciò può essere travolto dalla ulteriore crescita della popolazione mondiale e dalla crescita esponenziale che, pur riducendosi, continua.

Poi, a proposito delle speranze nella tecnologia, nessuno dovrebbe dimenticare che, per scongiurare i limiti che ormai stanno agendo potentemente sulla nostra vita, ci vorrebbero investimenti “immediati” cinque, otto volte superiori a quelli attuali nella ricerca scientifica e tecnologica. Valga per tutti l'esempio delle energie alternative.

Infine, last but not least, non abbiamo un'architettura internazionale in grado di prendere queste decisioni di dimensione globale. Le classi politiche arriveranno a capire quello che ci sta arrivando addosso nel prossimi quindici anni: cioè quando ci sarà arrivato addosso.

Catastrofe inevitabile, dunque?

Già mi pare di vedere molti lettori storcere il naso: ma questo è catastrofismo! Non c'è via d'uscita? Dateci una speranza!

La risposta la danno – e a loro mi sono riferito abbondantemente in queste ultime righe – gli autori di “Limits to Growth” (I limiti dello sviluppo), l'aggiornamento, trent'anni dopo, con un'imponente serie di dati statistici e con le moderne capacità di calcolo, sei miliardi di volte superiori a quelle di allora, degli scenari del 1972, elaborati dal Club di Roma: “una crescita esponenziale non può procedere molto a lungo in un qualsiasi spazio finito con risorse finite”.

E' proprio il nostro caso.

La notizia del giorno è che quel “molto a lungo” è quasi terminato.

E' dunque tempo di cambiare, adesso, senza perdere tempo. Questo vale per tutti.

 

NO AL FURTO DEL TFS !

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