DONNE: pensione a 65 anni.

Roma -

L'art. 22 ter della Legge 102 del 3 agosto 2009, stabilisce i nuovi requisiti anagrafici per la maturazione del diritto alla pensione di vecchiaia delle donne.

Tale requisito, attualmente di 60 anni, verrà innalzato gradualmente, a partire dal 2010, fino al raggiungimento dei 65 anni.

L’INPDAP, con la nota in allegato, ha specificato come avverrà tale passaggio per le dipendenti dei settori pubblici.

E' chiaro che l’aumento dell’età pensionabile per le lavoratrici, disegno sessista e classista, rientra all'interno di un più vasto attacco lanciato contro i diritti delle donne, in particolare contro le lavoratrici del Pubblico Impiego.

Infatti, il nuovo aumento dell’età pensionabile per le lavoratrici della Pubblica Amministrazione, avviene con il pretesto di dare corso ad una sentenza della Corte di Giustizia Europea ma, né questo né i governi precedenti, si sono preoccupati di applicare, per esempio, un’altra sentenza della Corte riguardante i riconoscimento dell’anzianità di servizio per le lavoratrici precarie.

Ancora oggi le donne, con estrema difficoltà, riescono a conciliare la vita lavorativa con la cura della famiglia e, l'innalzamento a 65 anni dell’età pensionabile, significa attribuire ulteriore disagio ad una condizione già sfavorevole.

Quali siano gli effetti di modifiche peggiorative e il ritardo delle condizioni anagrafiche di accesso alla pensione, dati gli attuali presupposti sociali, è facile immaginarlo.

Se a tutto questo si aggiunge, anche, la "revisione dei coefficienti di trasformazione", che scatterà dal primo gennaio 2010 per tutti i lavoratori, disposta in maniera del tutto bipartisan dalla riforma Dini del '95, tradotto in cifre dal governo Prodi e confermato dall'attuale governo con la benedizione di CGIL, CISL e UIL, il quadro è completo.

Si tratta, chiaramente, di quei numeretti che moltiplicati per la totalità dei contributi versati danno come risultato la pensione dovuta a ciascun lavoratore. Ogni tre anni questi numeri andranno rivisti al ribasso man mano che crescerà la speranza di vita. Primo taglio a gennaio 2010.

Insomma, campare di più non è un regalo ma un prezzo da pagare.

Lo abbiamo già scritto più volte e lo ripetiamo: il governo usa la crisi economica sistemica, che investe tutto il mondo del lavoro e la società nella sua complessità, per ridisegnare e comprimere tutto lo stato sociale e ridurre i diritti dei soggetti più esposti nel mercato del lavoro.

Ogni occasione, quindi, è buona per cancellare i diritti, cominciando da uno dei settori più deboli di questa società: le donne lavoratrici che, ormai, suppliscono completamente alle funzioni di uno stato sociale disintegrato dalle forze politiche di ambedue gli schieramenti, divenute, di volta in volta, maggioranze di governo.

Le donne sono quelle che pagano il prezzo più alto in termini di salario, di disoccupazione, di precariato e di qualità della vita, fra tagli di servizi indispensabili (scuola e sanità), aumenti di carichi di lavoro dentro e fuori le mura domestiche ed il dilagare della violenza sul proprio corpo.

Ad una compagine politica tutta impegnata a ridurre ulteriormente i diritti del lavoro salariato e che punta essenzialmente alle donne con particolare sadismo, le lavoratrici del pubblico impiego, chiamate al maschile "fannulloni", ma che sono le prime a pagare, a caro prezzo, la compressione dei diritti, i tagli al salario e dei servizi sociali erogati dallo Stato, devono rispondere con la partecipazione e la lotta.

E’ tempo che le lavoratrici riprendano, nelle proprie mani, l’iniziativa contro gli attacchi alle condizioni di lavoro e di vita delle donne, per una battaglia che metta al centro la riconquista di tutti i diritti.

Si deve rivendicare salute e sicurezza, occupazione stabile, sostegno e garanzie.

Da subito.

 

Questo è possibile, insieme, nelle RdB/CUB.