Sviluppo Italia: il senso del limite

Roma -

La trasmissione Report, in onda sulla Rai, si era occupata di Sviluppo Italia (di proprietà del MEF) lo scorso 22 ottobre 2006, con un servizio andato in onda alle 21.30.

Per quel servizio, i vertici di Sviluppo Italia (che nel frattempo sono stati sostituiti), hanno citato per danni la trasmissione chiedendo 5 milioni di euro e la causa è in corso.

La puntata si chiamava Cattivi Consigli e, per chi la volesse vedere, l'intera trasmissione è disponibile sul sito di Report (potete cliccare direttamente su questo link CATTIVI CONSIGLI).

Sviluppo Italia nasce tra il 1999 e il 2000, pensata dal primo governo Prodi e realizzata da quello di D'Alema.

Aveva 9 consiglieri ma se si aggiungevano le controllate, diventano 176. Dovrebbe attrarre investimenti dall'estero e razionalizzare lo sviluppo al sud. Una specie di nuova cassa per il mezzogiorno. All'epoca della puntata in questione, metteva insieme società pubbliche con una dote di porti, villaggi, immobili e un capitale di 2000 miliardi di lire e circa 800 dipendenti.

Secondo Report, Sviluppo Italia ha speso 6 miliardi di euro e contava 1600 addetti e 118 società, di cui anche 86 partecipazioni in imprese private: si va da Raphael, azienda alberghiera di cui è socio anche il governatore siciliano Cuffaro, a Frame società napoletana che fa servizi televisivi, da ITC a Sistex, imprese in fallimento.

Cambia il governo e cambia la missione.

Su proposta di Giulio Tremonti viene nominato Amministratore Delegato Massimo Caputi, uno dei manager pubblici più noti d’Italia. Sempre secondo Report, questo vuol dire grandi stazioni ovvero Caltagirone e Fimit, società di gestione del risparmio con cui aveva svenduto parte degli immobili Inpdap, il fondo previdenziale degli statali, senza fare aste pubbliche ma vendendo in blocco con uno sconto del 20%. L'immobile di piazza Barberini (Roma) se lo compra Caltagirone, per il quale Caputi lavora. Mentre è a Sviluppo Italia Caputi diventerà anche vicepresidente di Banca Agricola Mantovana e di Paschi gestioni immobiliari, consigliere di Acea, del Monte dei Paschi di Siena, della Luiss, di Linificio e Canapificio Nazionale, di Consorzio Ingegneria per lo Sviluppo, di Sila holding industriale e di Sila holding Plastica.

Di Sviluppo Italia, quindi, conosciamo bene la lunga storia, il vecchio cda e i numerosi incarichi ricoperti.

L'attuale governo, mediante il maxiemendamento alla Finanziaria 2007, ha previsto un aumento dei tagli e avviato una cura dimagrante per la società, che ha cambiato anche nome ed è diventata «Agenzia nazionale per l'attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa Spa», oltre a contemplare la decadenza dei consigli di amministrazione e la successiva riduzione a tre dei membri del cda.

Attualmente il Gruppo Sviluppo Italia detiene 57 società controllate (almeno il 51% del capitale) e 154 società partecipate (quota di minoranza del capitale).

Dispone di un network di società composto da una rete di 17 società regionali, 10 società-progetto ed è presente sul territorio nazionale con un'articolata rete di incubatori costituita da 24 strutture già operative, 10 in fase di realizzazione e 7 in programmazione per una superficie complessiva di oltre 200.000 mq., con 900 dipendenti del gruppo (500 nella sede di Roma e 400 nelle sedi regionali).

Quindi, il governo ha mandato a casa il vecchio cda e ne ha nominato uno nuovo. I consiglieri, sono stati ridotti da 9 a 3, mentre le società controllate dovrebbero passare a 3 e quelle partecipate a meno di 10.

Essenzialmente dovrebbero essere tre, i "mestieri" di Sviluppo Italia: attrarre investimenti diretti esteri; continuare a promuovere opportunità, traiettorie e vettori per sviluppare imprese; incentivare la competitività dei territori.

Per non parlare, poi, del ruolo di gestore della legge per la reindustrializzazione delle aree di crisi (Arese, Marcianise e Brindisi).

Quindi, il nuovo cda si ritrova, sul tavolo, un pò di "gatte da pelare", da risolvere praticando, secondo  l'attuale AD, una "sana riflessione" che l'operatore pubblico dovrebbe compiere: il senso del ridimensionamento e quello del limite.

Ma, evidentemente, tra tanti importanti impegni, proprio quel senso di ridimensionamento e del limite, il nuovo cda sembra intenzionato a praticare ma solo a "parole".

Infatti, non hanno perso il "vizietto" delle assunzioni facili. Non tanto per quelle parentali ereditate ("Sviluppo Parenti" articolo del 4 agosto 2007 sul Corriere della Sera), ma  per quelle eccellenti, come è stato riportato dall'articolo pubblicato sul Il Sole 24 ore del 14 agosto 2007 e che vi riportiamo integralmente:

 


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Martedí 14 Agosto 2007

Quelle assunzioni «eccellenti» a Sviluppo Italia


di Mariano Maugeri

L'esordio era stato di quelli col botto, con frasi a effetto: «Ho ereditato una farsa, una società con una struttura così elefantiaca che al cospetto la General Motors si intimorisce». A Domenico Arcuri, una carriera in continua ascesa tra la Luiss di Roma (dove prima si è laureato e poi ha insegnato) e un lungo cursus honorum tra le società di consulenza Arthur Andersen e Deloitte, è toccato l'ingrato compito di trasformare in una vera azienda quel polpo dai mille tentacoli che è Sviluppo Italia, la società di proprietà del Tesoro che avrebbe dovuto avere due sole missioni: attrarre imprese straniere e favorire la nascita di nuove aziende. Troppo facile. In poco meno di un quinquennio Sviluppo Italia è diventata una conglomerata con 181 società e 492 amministratori.

Al 43enne Arcuri il compito di fare pulizia.

Un'attività alla quale se n'è aggiunta un'altra silenziosa, quasi carsica: l'assunzione di nomi eccellenti, figli di ministri che secondo un galateo etico e di buon senso dovrebbero stare alla larga da una società pubblica.


Il primo a varcare le porte di via Calabria, quartier generale di Sviluppo Italia, è stato il nipote di Sergio Mattarella, deputato dell'Ulivo, ex ministro della Difesa e fratello di Piersanti, il presidente della Giunta regionale siciliana ucciso dalla mafia. Il suo nome è Bernardo, come il nonno paterno, che fu ministro della Repubblica nei Governi Pella, Fanfani e Scelba. Bernardo junior è stato assunto alla direzione Finanza con un contratto da dirigente. Arriva con lo stesso ruolo che ricopriva a Banca Nuova, il gruppo siciliano emanazione della Popolare di Vicenza, dov'era dirigente alla Pianificazione.


Altro nome eccellente è quello di Gabriele Visco, figlio di Vincenzo, attuale viceministro dell'Economia e, come tale, uno dei controllori di Sviluppo Italia, anche se tecnicamente la delega dell'Agenzia è nelle mani del ministero delle Attività produttive. Gabriele è un esperto di telecomunicazioni, fino a qualche mese fa in forza a Telecom Italia, dove approdò ai tempi di Colaninno. A volerlo è stato il solito Arcuri, da cui dipende direttamente, anche se per il momento non ha potuto offrirgli nulla di più di un contratto di consulenza. Due acquisti che creeranno qualche grattacapo al neo amministratore delegato e al presidente del consiglio di amministrazione Nicolò Piazza, palermitano purosangue prescelto dal viceministro Sergio D'Antoni, il vero deus ex machina del riassetto di Sviluppo Italia.

Diversa sorte è stata riservata a Crescenzio Costa, figlio della seconda moglie del ministro per le Riforme e l'Innovazione, Luigi Nicolais. Dopo 18 mesi di contratti a tempo determinato tra Roma e Napoli, il giovane Crescenzio è stato inserito tra i 319 interinali che Arcuri ha deciso di non rinnovare. Se sia stata la trappola del cognome a tradire il figlio acquisito di Nicolais nessuno sa dirlo. Certo è che Sviluppo Italia, indipendentemente dalle maggioranze che governano il Paese, sembra uno dei rifugi prediletti per i figli e nipoti di politici con tre quarti di nobiltà ministeriale.


Quindi, se da un lato dismettono la previdenza pubblica in favore di quella integrativa, aumentano l'età pensionabile, scippano la liquidazione dei lavoratori, rinnovano a costo zero i contratti dei lavoratori pubblici, destrutturano la pubblica amministrazione, smantellano le strutture territoriali del Ministero dell'Economia e delle Finanze, dall'altra mantengono in piedi il "vizietto" delle assunzioni e delle consulenze eccellenti di fronte al quale, i famosi tre concetti di Tommaso Padoa Schioppa, sviluppo, equilibrio ed equità, non contano.

Insomma, Sviluppo Italia è sempre stato uno strumento per la gestione del potere politico, con il quale si gestisce un'enorme massa di denaro e un'enorme massa di consenso politico.

Sembra, proprio, che continui ancora ad esserlo.