"Big bang per la PA"

Roma -

La Pubblica Amministrazione italiana ha perso in dieci anni oltre 200.000 lavoratori. Questa contrazione dell’offerta di pubblici servizi si spiega principalmente in base all’applicazione delle politiche di austerità: dal blocco del turnover all’insieme di vincoli alla spesa pubblica che ci chiede l’Europa e che i governi di tutti i colori politici hanno ossequiosamente rispettato. L’esito di questa rigorosa disciplina fiscale è un settore pubblico in perenne carenza di personale – la Ragioneria stima un fabbisogno netto di oltre 250.000 unità per raggiungere le dotazioni organiche ottimali – e un inevitabile invecchiamento di 7 anni del dipende pubblico, che nel 2001 aveva in media 43,5 anni ed oggi ne ha 50,6 – con i ministeri in particolare che registrano un’età media di 54,9 anni. Tutto a detrimento delle condizioni di lavoro dei pubblici dipendenti e della qualità del servizio pubblico.

Per fortuna, i vertici del Ministero dell’Economia sembrano aver in mano la soluzione a tutti questi problemi. Il 15 maggio scorso, nell’ambito del Forum PA, hanno spiegato che sta per arrivare nientemeno che un “Big bang per la PA”: un’operazione di “onboarding” dei nuovi assunti capace di realizzare il “matching tra skills e jobs” attraverso “tecniche di People Analytics e big data”, non senza “reverse mentoring” e, perché no?, un pizzico di “smart working”. Chiaro no?

Decisamente no. Quando a domanda facile si risponde con una sequela di anglicismi di dubbia utilità, sorge il legittimo sospetto che la soluzione proposta sia fumo negli occhi. Sembra proprio che l’Amministrazione non abbia alcuna intenzione di invertire questa tendenza allo smantellamento del settore pubblico, anzi.

I vertici del MEF hanno dichiarato: “Abbiamo bisogno di persone di qualità, e per attrarle bisogna dare valore alla scelta di imbarcarsi in questo tipo di carriera, e far superare l’idea che lavorare nella finanza o nella consulenza sia per natura più stimolante che in un ministero”. Ma, ci chiediamo noi, come fare ad attrarre persone di qualità? Secondo l’Amministrazione “nella scelta professionale  i giovani valutano flessibilità, orientamento alla tecnologia e conciliazione vita-lavoro, e noi proviamo ad affrontare tutti e tre questi aspetti”. Tante belle parole, mentre noi – biechi materialisti – siamo convinti che i giovani, come chiunque, possa trovare “più stimolante” un ministero rispetto alla finanza o alla consulenza a partire dalla retribuzione che gli viene offerta. Già, lo stipendio, il salario, chissà perché non è affatto menzionato come fattore che aiuterebbe ad attrarre giovani di qualità e a migliorare l’efficienza della macchina amministrativa. Per comprendere le ragioni di questa curiosa dimenticanza occorre guardare al di là della coltre di fumo delle skills e del reverse mentoring, e concentrarsi sui dati di fatto.

Secondo i dati della Commissione Europea (Ameco) la spesa per redditi della PA in rapporto alla popolazione, che ci fornisce la spesa pro capite per redditi della PA, è in Italia pari a 2.819 euro, sensibilmente inferiore ai 4.385 euro della Francia, ai 3.239 euro del Regno Unito e ai 3.075 euro della virtuosa Germania, e comunque inferiore alla media UE di 3.059 euro. Insomma, investiamo nel pubblico impiego meno dei principali Paesi europei, e questo non rende molto “attraente” per i giovani il lavoro nel pubblico. Ci dice la Ragioneria che la retribuzione media lorda annuale dei dipendenti pubblici ammonta oggi a 34.491 euro, in continua discesa dal 2011 – quando raggiungeva i 34.919 euro – ad oggi. Ricordiamo tutti che dal 2011 in poi il nostro Paese è stato di fatto commissariato dalle istituzioni europee: prima con il governo Monti, poi con i governi di unità nazionale di Letta, Renzi e Gentiloni, ed infine con l’attuale governo gialloverde, che al di là delle sparate verbali “contro l’Europa delle banche” continua a restare fedele alla linea dell’austerità che sta mettendo in ginocchio l’Italia. Il dato aggregato dell’intero comparto pubblico nasconde poi situazioni molto diverse: si va dagli stipendi elevati della magistratura (137.294 euro) ai 30.140 euro dei ministeriali. E non finisce qui. Dal 2008 ad oggi il livello dei prezzi è aumentato di più dell’11% mentre l’incremento delle retribuzioni pubbliche non ha superato il 3%: questo significa che in dieci anni non solo non è aumentato il reddito dei pubblici dipendenti, ma è addirittura diminuito in termini di potere d’acquisto.

Tirando le fila del discorso, osserviamo che in dieci anni il pubblico dipendente si ritrova con un maggiore carico di lavoro sulle spalle, con un’età più avanzata e con una retribuzione inferiore. Non proprio una prospettiva di lavoro “attraente”. Ma l’Amministrazione, a parole, sembra molto attenta alle competenze dei pubblici dipendenti – competenze che vorrebbe catalogare ed utilizzare, con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, per organizzare meglio il lavoro tra gli uffici. Bene, facciamoci da parte e lasciamo parlare i dati. Dal 2008 al 2017 l’investimento in formazione dei pubblici dipendenti si è praticamente dimezzato, passando da 263 a 147 milioni di euro. Nei ministeri, addirittura, la spesa per formazione è crollata dell’86%, passando da 11,7 a 1,6 milioni di euro, per una media di mezza giornata annua per dipendente: il nulla. In parole povere, il pubblico impiego versa in uno stato di totale abbandono da parte dell’Amministrazione.

Non abbiamo nulla contro una organizzazione degli uffici più razionale e calibrata sulle competenze dei lavoratori, e non abbiamo nulla contro l’introduzione di nuove tecnologie al servizio dei pubblici dipendenti e, dunque, dei cittadini. Tuttavia, se il problema è – come dichiara la stessa Amministrazione – il progressivo declino del pubblico impiego nei suoi numeri e nelle condizioni di lavoro, allora la risposta non può limitarsi ad un’operazione cosmetica. Come ci mostrano i dati menzionati delle principali economie europee, l’efficienza del settore pubblico dipende dalle risorse che vi sono destinate. Per invertire la rotta occorre ribellarsi ai vincoli europei e rilanciare la spesa pubblica per garantire un servizio di qualità ai cittadini. Lo stato di abbandono del settore pubblico si supera investendo risorse e non dispensando anglicismi. Volete ringiovanire la PA? La Ragioneria ha calcolato che per ridurre di un solo anno l’età media dei pubblici dipendenti bisognerebbe assumere subito 205.000 giovani tra i 30 e i 35 anni, con un costo di 9,7 miliardi di euro: risorse, appunto, non chiacchiere.  Il prossimo rinnovo contrattuale è l’occasione giusta per restituire dignità al lavoro pubblico sia in termini qualitativi che retributivi.

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