ICHINO e il programma del Pd

Roma -

Dopo la candidatura di Matteo Colaninno, presidente dei giovani confindustriali, è arrivata, a seguito di una settimana di intense trattative, anche quella del giuslavorista Pietro Ichino che ha sciolto la riserva e ha deciso di candidarsi con il Partito Democratico in Lombardia.

Lo ha fatto con un intervento sulla carta stampata, specificando di aver "accettato perché ho la garanzia che le mie idee e proposte hanno pieno diritto di cittadinanza nel nuovo partito."

Dopo lo scioglimento della riserva, sono giunti i primi commenti tra i quali quello di Paolo Nerozzi, membro della segreteria confederale e segretario della CGIL Funzione Pubblica: "Avere Pietro Ichino nelle liste del Pd è una ricchezza".

"E' giusto, - continua Nerozzi - che in un grande partito ci siano voci diverse e, peraltro, io stimo il professor Ichino, che è anche iscritto alla CGIL".


Quindi, la flexicurity, la revisione radicale del sistema contrattuale, il tiro al bersaglio sui lavoratori pubblici "fannulloni" e la libertà di licenziamento attraverso l'abolizione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori sono i punti che Ichino porta come contributo nel Partito Democratico.

Con questa candidatura si conferma, pertanto, come il programma del Partito Democratico (fotocopia di quello del Popolo della Libertà) punti, per chi avesse ancora qualche dubbio, a smantellare il sistema di diritti e di tutele che il movimento operaio ha costruito dal dopoguerra ad oggi.

 

Il prof. Ichino, iscritto CGIL, diventa così l'icona delle politiche del Partito Democratico sul lavoro e, parte subito in quarta: via l'articolo 18, introducendo i licenziamenti dove finora sono vietati.

L'insigne giuslavorista ha dichiarato persino che, se in un ipotetico governo del Partito Democratico, al quale la CGIL ha già dato il suo pieno e incondizionato sostegno domenica scorsa, gli venisse proposto di fare il ministro del lavoro accetterebbe volentieri, ma a condizione di essere libero di applicare le sue idee sul settore pubblico, sul contratto unico flessibilizzato, sullo spostamento della contrattazione collettiva verso la periferia e il secondo livello, e via revisionando e flessibilizzando.

 

Un tetro panorama che si arricchisce, in questi giorni, con il feeling tra CGIL, CISL, UIL e i padroni di Confindustria, tutti amichevolmente impegnati sulla riforma del modello contrattuale.

Dopo i primi incontri, cene tecniche e calorosi saluti, nei prossimi appuntamenti, già calendarizzati per il 5 e il 10 marzo prossimo, questi "signori" continueranno a discutere su come abrogare il Contratto Nazionale di Lavoro per dare vita ad un contratto nazionale "minimo", ridotto a pura "difesa" del potere di acquisto, rinunciando a qualsiasi miglioramento salariale, a qualsiasi forma di redistribuzione della ricchezza prodotta dai lavoratori.

Sono pronti a delegare, al secondo livello contrattuale, gli aumenti salariali legandoli solo ed esclusivamente alla produttività, all’efficienza, all’andamento delle aziende.

Inoltre, la contrattazione aziendale, territoriale e regionale potrà intervenire anche sulle normative e sugli orari, incrementando le flessibilità definite nei contratti nazionali.

Insomma, tutti d'accordo nel semplificare il numero dei contratti, allungarne la durata e, soprattutto, spostarne il baricentro nell'azienda anziché sulla "questione salariale", sulla perdita del potere d'acquisto dei salari e delle retribuzioni.

La centralità dell'impresa anziché quella del lavoro.

E le proposte economiche contenute nel programma elettorale del Partito Democratico, come è stato sottolineato dal segretario confederale della CGIL, Marigia Maulucci, sono "molto corrispondenti alla piattaforma unitaria" presentata da CGIL, CISL e UIL.

 

Quindi, le prime vittime designate della nuova politica sindacale di Ichino e del Partito Democratico (e di chi lo sostiene) sono lo statuto dei diritti dei lavoratori, l’articolo 18 e il Contratto Nazionale di Lavoro.

L’obiettivo è quello di rendere i lavoratori sottoposti alla volontà insindacabile dei padroni, passo che Berlusconi aveva provato a compiere nella scorsa legislatura.

Insomma, una trasversalità politica, un inciucio verso le larghe intese che mira a favorire l'impresa e a relegare i diritti del lavoro in un terreno residuale.

Ne saranno, pertanto, contenti i padroni che, oltre agli strumenti offerti dalla precarietà del mercato del lavoro, potranno licenziare con disinvoltura.

Meno contenti i lavoratori che, sempre più a fatica, potranno essere lavoratori con la schiena dritta ed in grado di difendere e reclamare diritti e tutele, primo, tra tutti, quello di un lavoro sicuro e che non metta a repentaglio la vita.

 

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