L'autunno che verrà !

Roma -

INTRODUZIONE

In attesa di riprendere le iniziative di mobilitazione già programmate a partire dal mese di settembre, che culmineranno con lo sciopero generale nazionale indetto per il 17 ottobre, è stato elaborato questo documento, allo scopo di dare un contributo ai lavoratori per la necessaria riflessione sullo stato attuale e, soprattutto, per le prospettive future.

Attraverso un’analisi, che non pretende ovviamente di essere esaustiva, della fase politica segnata dall’approvazione del DL 112, abbiamo voluto inquadrare il pesante attacco al pubblico impiego all’interno della situazione politico-economica generale del Paese, convinti, come siamo, che sotto attacco non sono solo le retribuzioni e le condizioni di lavoro dei dipendenti pubblici, ma l’intero movimento dei lavoratori, come confermato dalle ultime vicende dei licenziamenti nelle ferrovie.

Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti: l’autunno che verrà sarà decisivo per il futuro dei lavoratori, al di là della stucchevole disputa retorica sulla definizione più adatta: caldo, bollente, difficile e via dicendo.

Siamo convinti che sarà un autunno all’insegna del conflitto sociale, e l’esito della mobilitazione determinerà un nuovo equilibrio nei rapporti di forza per i prossimi anni.


PERCHÉ I LAVORATORI PUBBLICI ?

 

La politica economica del Governo Berlusconi si muove esplicitamente secondo un progetto di attacco frontale ai diritti e alle retribuzioni dei lavoratori, in primo luogo del pubblico impiego, che ha preso avvio attraverso una campagna denigratoria all’insegna dello slogan: “licenziare i fannulloni”. Ad aprire le ostilità è stato il prof. Ichino, oggi deputato del PD, che ha invocato senza mezzi termini il licenziamento dei “nullafacenti” nel pubblico impiego. Oggi, questa campagna vede protagonista il ministro Brunetta, anch’egli professore universitario, le cui dichiarazioni hanno toccato vertici di inaudita violenza verbale, a tal punto che perfino qualche esponente politico moderato ha parlato di una “caccia alla streghe”, che colpisce indiscriminatamente tutti i lavoratori pubblici.

La domanda fondamentale che dobbiamo porci è: perché i lavoratori pubblici?
Perché oggi i lavoratori del pubblico impiego rappresentano una forza in grado di ostacolare le politiche neo-liberiste, grazie alla loro capacità di mobilitazione e alla presenza diffusa e capillare del sindacalismo di base. In altri termini sono un ostacolo da rimuovere per portare a termine la definitiva “normalizzazione” del mondo del lavoro. Il primo ad essere consapevole di questa forza contrattuale è proprio il ministro Brunetta che, in un’intervista rilasciata al “Giornale” della famiglia Berlusconi, ha parlato di “mezzo milione di fannulloni, in parte ideologici, figli del ’68 che si sono nascosti nella Pubblica Amministrazione per elaborare le loro tesi anti-sistema: dovranno iniziare a lavorare”.

Di fronte a queste dichiarazioni, dal tono esplicitamente intimidatorio, risultano patetici gli appelli al dialogo di CGIL, CISL e UIL che continuano a rivolgere al Governo e allo stesso Brunetta, il quale, nell’incontro di presentazione del cosiddetto piano industriale per la P.A., ha umiliato i rappresentanti confederali del pubblico impiego, trattandoli come scolaretti ai quali va impartita una lezione, piuttosto che come rappresentanti dei lavoratori con i quali ci si confronta su un piano di parità negoziale.

I processi di delocalizzazione produttiva, di smantellamento dell’apparato produttivo nazionale, la diffusa presenza di imprese di dimensioni medio-piccole hanno messo all’angolo i lavoratori del settore privato, oggi non più in grado di esercitare  la tradizionale funzione trainante per tutto il movimento dei lavoratori, fatta eccezione per alcuni settori dei metalmeccanici. Analizzare le ragioni storiche e politiche che hanno portato a questo stato di cose ci porterebbe troppo lontano; oggi bisogna prendere atto della realtà e agire di conseguenza.

Sul piano politico, a seguito del risultato delle ultime elezioni politiche (aprile 2008) e dell’inconsistenza delle opposizioni parlamentari, hanno indotto il Governo ad affondare il colpo: adesso non rimane che attaccare e sconfiggere le ultime forme organizzate di opposizione sociale presenti nel Paese (qualcuno ha parlato di “residua sacca di socialismo reale”), rappresentato dai lavoratori del pubblico impiego, vale a dire l’ultimo settore lavorativo con alti tassi di sindacalizzazione, che gode ancora del “privilegio” della stabilità, che può ancora contare su di un nucleo di prerogative sindacali, quali il diritto di fare assemblee, di ricevere informazioni sugli accordi sindacali, di esercitare il diritto allo sciopero, per quanto limitato da una serie di vincoli che ne ostacolano l’uso. E’ questo insieme di diritti e agibilità sindacali che si vuole rimuovere, perché considerato un’anomalia nel panorama lavorativo del nostro paese: basti considerare che nelle piccole e medie imprese italiane, che rappresentano più del 90% del totale, vi è una scarsa o nulla presenza sindacale, mentre il numero delle grandi imprese, dove tradizionalmente è più forte l’insediamento delle organizzazioni sindacali, già piuttosto basso in Italia rispetto agli altri paesi a capitalismo avanzato, si è ulteriormente ridotto negli ultimi decenni.

Ad avvalorare questa analisi, prima che qualcuno la liquidi come viziata da “ideologismo post-sessantottino”, sta il fatto che nella legge di conversione del DL 112 è comparso un articolo (il 46 bis) molto chiaro in proposito: entro 60 giorni dall’approvazione della legge, infatti, il governo emanerà un decreto legislativo per la riduzione dei distacchi, dei permessi e delle aspettative sindacali nel pubblico impiego, per arrivare ad un loro dimezzamento, secondo le intenzioni esplicitamente manifestate dal solito Brunetta. L’applicazione di questa norma sarà devastante in primo luogo per la Rdb/CUB e le altre organizzazioni di base, che non possono contare sui mezzi e le risorse di CCIL, CISL e UIL, e rischiano il tracollo con tutte le conseguenze che ciò comporterà in termini di tutela dei lavoratori pubblici e della garanzia costituzionale all’esercizio democratico del dissenso.


UNA SCELTA DI “CLASSE”

 

La  battaglia a difesa delle nostre condizioni salariali e normative, è sacrosanta e merita di essere combattuta strenuamente; tuttavia non dobbiamo perdere di vista che cosa è veramente in gioco oggi. Se vogliamo capire la reale portata e gli obiettivi ultimi di questo attacco senza precedenti, è necessario allargare lo sguardo e risalire ad una visione d’insieme.

Non è senza significato politico il fatto che il ministro Brunetta, instancabile nella sua “crociata” contro i dipendenti pubblici, per la quale si serve dello stesso sito ufficiale della Funzione Pubblica, riceva ovazioni da parte della Confindustria, cioè dalla principale beneficiaria delle politiche di privatizzazione ed esternalizzazione, che diventeranno una scelta inevitabile, dopo che sarà stato smantellato quel residuo di Stato sociale ancora attivo.

Quello che viene spacciato per un progetto di modernizzazione della pubblica amministrazione altro non è se non la definitiva ritirata dell’intervento pubblico, l’abbandono di ogni logica di servizio pubblico accessibile a tutti, per giustificare così il ricorso al “mercato”, con la conseguenza che i servizi garantiti oggi dallo Stato domani saranno offerti dal mercato e noi cittadini dovremo pagare per ottenerli.

E’ chiaro che la maggioranza di governo ha fatto una scelta di “classe”, schierandosi apertamente e platealmente a difesa degli interessi del padronato, in un momento particolarmente critico dell’intera economia mondiale. Da più parti, si segnala come l’economia dei paesi industrializzati sia ormai entrata in una fase di recessione, che qualcuno tecnicamente definisce stag-flazione, per evidenziare la contemporanea presenza di stagnazione vera e propria, con una caduta verticale dei consumi, e di inflazione, cioè di un aumento incontrollato e generalizzato dei prezzi. In un quadro macro-economico caratterizzato dalle crescenti difficoltà dell’economia americana di continuare a svolgere il compito di “locomotiva” dello sviluppo dei paesi industrializzati, per i colpi subiti dalla crisi finanziaria derivante dai mutui “subprime”, e dalla conseguente crisi del mercato immobiliare, il sistema delle imprese italiane si sente particolarmente esposto agli effetti di questa congiuntura economica negativa, e trova nel governo di destra un fedele alleato.

La portata e le conseguenze di questa “alleanza” non devono essere sottovalutate, soprattutto per le ricadute sul piano degli spazi di democrazia reale, del diritto al dissenso e per l’esercizio del conflitto sociale. Emblematico, a questo riguardo, il rilicenziamento del macchinista Dante De Angelis, avvenuto il giorno di ferragosto, colpevole di aver messo in dubbio la versione ufficiale dei vertici di Trenitalia sugli eurostar spezzatisi in due, per fortuna senza passeggeri a bordo. De Angelis, è un RLS che da tempo denuncia i problemi della sicurezza sui treni, chiamando in causa errori di progettazione, scarsa manutenzione, e per questo motivo è stato licenziato due volte. Questa vicenda ha suscitato indignate reazioni e attestati di solidarietà da parte di tanti lavoratori che a migliaia stanno firmando la petizione on-line per la sua riassunzione, dimostrando così di aver compreso che “l’effetto-Brunetta” sta producendo conseguenze devastanti, e viene utilizzato dalla classe dirigente per scaricare sui lavoratori la responsabilità del cattivo funzionamento dei servizi pubblici.

Trenitalia si è posta alla testa di questa ondata repressiva, comminando la sanzione del licenziamento ad alcuni ferrovieri che timbravano le presenze al lavoro in modo irregolare, con una sanzione che a molti è sembrata spropositata rispetto alla infrazione commessa. Non è un caso se ai vertici di Trenitalia oggi troviamo un uomo di Confindustria, Innocenzo Cipolletta, e un ex sindacalista CGIL, Mauro Moretti; quest’ultimo in un’intervista ha dichiarato a chiare lettere che nei trasporti i sindacati di base sono cresciuti troppo ed è giunto il momento di regolare i conti con chi si oppone al cambiamento.


LA DERIVA AUTORITARIA


L’indiscutibile successo delle destre alle elezioni politiche, per quanto incrementato da una legge elettorale truffaldina, viene letto da più parti come il diritto della maggioranza a fare piazza pulita di ogni opposizione; si sta manifestando un graduale ed inesorabile processo regressivo verso un regime di tipo autoritario, che si prefigge non solo di ignorare ogni opposizione sociale, ma di regolare i conti con i due “poteri” preposti istituzionalmente al controllo dell’esecutivo e del legislativo: la magistratura, in primis, e l’informazione.
I segnali sono inequivocabili e devono destare preoccupazione. Il ricorso sistematico alla decretazione d’urgenza, con l’evidente finalità di scavalcare il dibattito parlamentare previsto per i disegni di legge; l’anticipo della manovra in piena estate quando è più difficile organizzare una risposta di mobilitazione; l’articolo che impedisce la stabilizzazione dei precari attraverso sentenza del giudice, sostituendo al reintegro al lavoro una indennità liquidatoria. E’ stato messo in atto inoltre il tentativo, per la prima volta nella storia del Parlamento repubblicano, di anticipare addirittura l’approvazione della legge finanziaria al mese di agosto, senza rendere nota la contestuale manovra di bilancio; tentativo bloccato dal Capo dello Stato perché palesemente incostituzionale.

A questo si aggiunga l’utilizzo dell’esercito in funzione di ordine pubblico interno, che serve unicamente a cavalcare il tema della sicurezza, spostando l’attenzione dai problemi economici a quelli di ordine pubblico, alimentando una pericolosa ondata razzista e xenofoba contro i migranti, tanto che perfino un settimanale moderato e non schierato politicamente, come Famiglia Cristiana, ha sentito il dovere di lanciare l’allarme razzismo.
Paradossalmente, proprio nei giorni in cui i militari hanno cominciato a presidiare l’ordine pubblico nelle nostre città, il Censis ha reso noti i dati dei morti sul lavoro dell’anno 2007: sono 1.170, praticamente più del doppio degli assassinati, smascherando anche sul piano dell’indagine statistica l’uso propagandistico del problema della sicurezza, e richiamando l’attenzione dell’opinione pubblica sulla vera emergenza del paese, rappresentata dai morti sul lavoro, con una tragica media di tre decessi al giorno, che non ha paragoni negli altri paesi industrializzati.


LA QUESTIONE SALARIALE


Una recente indagine della Fondazione Edison dimostra, contrariamente a quanto si può comunemente pensare, che nel 2007 le imprese italiane non hanno perso quote di mercato estero, tant’è che le esportazioni sono cresciute rispetto all’anno precedente, nonostante la generale crisi economico-finanziaria; è il mercato interno che ha visto crollare la propria quota in ragione della insufficiente dinamica salariale. Significa, in termini più concreti, che il potere d’acquisto delle retribuzioni, per non dire delle pensioni, è letteralmente crollato.

Centrale, dunque, oggi è proprio la questione salariale, come andiamo denunciando in verità ormai da alcuni anni a questa parte, nell’isolamento più totale. Risale, infatti, al 2004 la nostra prima iniziativa di denuncia delle difficoltà delle famiglie dei lavoratori italiani di arrivare alla quarta settimana; dobbiamo ritenere che oggi i problemi nascono in molti casi alla terza, se non già alla seconda. Ricordiamo inoltre la legge di iniziativa popolare, depositata in  Parlamento l’anno scorso corredata da decine di migliaia di firme, per il ripristino di un meccanismo di indicizzazione automatica di salari, stipendi e pensioni, come strumento di difesa del potere d’acquisto dei redditi.

Ebbene, oggi la questione salariale viene affrontata dal governo decurtando pesantemente le retribuzioni dei lavoratori pubblici, attraverso il taglio del salario cosiddetto accessorio, mettendo le loro famiglie nella condizione di non poter far fronte ai propri impegni di spesa. Oggi, un lavoratore del pubblico impiego guadagna tra 1000 e 1200 euro al mese in base al profilo professionale di appartenenza e può contare proprio sulle quote di salario accessorio variamente denominato (incentivi, premi di produttività ecc.) per sostenere spese impegnative, come le rate del mutuo, l’affitto della casa di abitazione, le spese dentistiche. Niente male per lo schieramento politico che durante la campagna elettorale, ma ancora oggi, continua a ripetere che non metterà le mani nelle tasche degli italiani: fatta eccezione per le tasche dei dipendenti pubblici !

E’ evidente il tentativo messo in atto dal Governo, con l’appoggio esplicito della Confindustria, di creare ed alimentare una contrapposizione tra i lavoratori pubblici e quelli privati, come se le difficoltà del settore privato dell’economia, riconducibile al bassissimo livello dei salari (quelli italiani sono i più bassi dell’Unione Europea, dopo quelli della Grecia), siano da imputare alle retribuzioni del pubblico impiego. Il ministro Brunetta, a più riprese, ha dichiarato che i lavoratori pubblici guadagnano troppo e di più rispetto ai privati, citando dati, tabelle, indagini ma guardandosi bene dal premettere alcune osservazioni fondamentali per comprendere correttamente di cosa si stia parlando.

Quando si mettono a confronto le retribuzioni del pubblico e del privato, bisognerebbe avvertire che, nel pubblico impiego, non ci sono, o sono del tutto residuali, le qualifiche operaie, ed è risaputo che gli operai guadagnano meno degli impiegati. Quando si riportano gli stipendi dei dipendenti pubblici, raramente si chiarisce che nelle cifre complessive sono incluse le retribuzioni dei dirigenti, dei professori universitari, dei magistrati, del personale medico.

Tuttavia, un’analisi seria ed obiettiva della situazione porterebbe alla conclusione che la differenza a vantaggio del pubblico impiego è dovuta sostanzialmente al peso della contrattazione integrativa che, rispetto alla retribuzione complessiva, può variare in termini percentuali in base al comparto di appartenenza. E’ il salario accessorio, cresciuto peraltro a dismisura negli ultimi anni in rapporto a quello fisso tabellare, che fa pendere la bilancia a favore del pubblico.

Ma la questione viene completamente rovesciata in modo strumentale: il problema è che solo il 30% dei lavoratori del privato ha un contratto integrativo e si tratta prevalentemente di addetti delle grandi imprese sopravvissute allo smantellamento dei decenni scorsi, dove c’è ancora una significativa presenza delle organizzazioni sindacali. Dunque, il 70% dei lavoratori privati non ha un contratto integrativo!

E’ questo il problema, altro che gli stipendi del pubblico impiego.

Invece, è proprio la contrattazione del pubblico impiego a finire nel mirino, per evitare un effetto di emulazione nel privato, proprio nel momento in cui Governo, Confindustria e CGIL, CISL, UIL si apprestano ad una revisione dell’accordo del luglio 93, che pure ha sortito l’effetto atteso, visto che le retribuzioni dei lavoratori italiani sono tra le più basse tra i paesi industrializzati. I punti fondamentali sui quali si basa il nuovo sistema contrattuale che si vuole introdurre sono del tutto inadeguati ad affrontare l’emergenza salariale: rinnovi contrattuali non più biennali ma triennali; aumenti legati al tasso di inflazione “realisticamente” prevedibile, in sostituzione di quello ufficiale; ulteriore incremento della quota legata alla produttività per premiare i lavoratori più bravi e meritevoli. Si profila un modello contrattuale del tutto insufficiente a garantire ai lavoratori un reale recupero del potere d’acquisto delle loro retribuzioni, a fronte di un costo della vita giunto a livelli altissimi, come ormai certificato da numerosi istituti e indagini, con un aumento insostenibile dei prezzi anche per beni di prima necessità, come pane, pasta, latte.

Sulla base di queste premesse, siamo dunque ben lontani dai salari europei: come ha detto qualcuno con un’immagine efficace, i lavoratori italiani continueranno ad avere i salari di quelli greci e i prezzi al consumo dei tedeschi.

 

Condivisa l’analisi è necessario che tutti i lavoratori si impegnino, da subito, nella mobilitazione e nella partecipazione alle iniziative di lotta messe in campo dalle RdB/CUB, a partire dalla preparazione di due importanti momenti.

Il primo, in ordine temporale, riguarda l’Assemblea Nazionale dei Precari che si terrà a Roma, il 19 SETTEMBRE 2008 contro il tentativo, previsto dal 112, di impedire la stabilizzazione e l’assunzione dei precari sia nel pubblico che nel privato.

Il secondo, concerne lo sciopero generale del 17 OTTOBRE 2008, proclamato da tutto il sindacalismo di base, su una piattaforma che rivendica forti aumenti per salari e pensioni, introduzione di un meccanismo di adeguamento automatico dei salari al costo della vita, sicurezza sui posti di lavoro, difesa della pensione  e di tutti i servizi pubblici, abolizione del precariato, rilancio del contratto nazionale.

 

Di carne al fuoco ce n’è veramente tanta…mettiamocela tutta !