L’economia di guerra mette in ginocchio la classe lavoratrice dagli USA all’Italia, la lotta paga, cacciamo il governo Meloni!

Roma -

Le urne nordamericane hanno dato voce a un grido di protesta rimasto a lungo inascoltato nei palazzi del potere.

Il voto negli Stati Uniti si è trasformato nel severo giudizio di una classe lavoratrice stremata da una linea politica che ha privilegiato la guerra in Medio Oriente e gli investimenti militari, dimenticando i bisogni della popolazione.

L’effetto combinato di queste scelte, tra aumento del debito pubblico, del carovita e dell’inflazione, sta progressivamente logorando la tenuta economica del tessuto sociale meno abbiente, piegando soprattutto chi vive del proprio lavoro e le famiglie.

Ma la risposta è stata implacabile. L'elettorato statunitense ha punito duramente l'amministrazione Trump, dimostrando che il disagio sociale può essere incanalato e organizzato contro chi non tutela gli interessi della maggioranza.

Questa è una lezione universale che parla direttamente alle nostre lotte in Italia.

Anche nel nostro Paese le scelte del governo Meloni, ondeggianti tra la subalternità atlantica sui genocidi a Cuba e in Palestina e la subalternità all'Unione europea su austerità e riarmo, stanno spingendo l'acceleratore sull'economia di guerra, tagliando la spesa sociale, la sanità, l'istruzione e perseguendo nella trentennale politica di moderazione salariale in pieno accordo con Confindustria e Cgil Cisl e Uil.

Il risultato di questa linea politica è sotto gli occhi di tutti: salari reali aggrediti dall'inflazione, impoverimento di massa, precarietà e il sacrificio dei diritti di chi lavora sull'altare delle spese militari.

Il verdetto d'oltreoceano traccia una linea chiara sul valore della partecipazione e del conflitto: dimostra che la lotta, l'organizzazione del dissenso e la protesta determinata non sono azioni vane.

Al contrario, sono l'unica via concreta con cui il mondo del lavoro può conquistare risultati reali e imporre un cambio di rotta.

Per queste ragioni, la nostra mobilitazione non si ferma. Contro il carovita, contro il finanziamento della guerra e contro il riarmo che genera solo miseria, dobbiamo rilanciare il conflitto sociale.

La protesta in corso nel nostro Paese deve insistere, generalizzarsi e convergere nelle piazze: i soldi pubblici vadano ai salari, ai servizi e allo stato sociale, non alle armi!

In questo senso, il prossimo appuntamento di questo percorso è la manifestazione nazionale convocata il 12 dicembre a Roma.

Portiamo in piazza la nostra rabbia e le nostre parole d'ordine, costruiamo una barriera invalicabile contro le politiche di austerità e di guerra, insieme a tutti gli studenti e le studentesse che stanno animando le piazze italiane cacciamo il governo Meloni.

Tutte e tutti in piazza il 12 dicembre!

Costruiamo l'opposizione sociale e sindacale.

La lotta paga, cacciamo il governo Meloni!