Il paradosso del welfare aziendale: prima firmano la destrutturazione del salario, poi si ergono a paladini di serietà
In questi giorni assistiamo allo sconcertante spettacolo di alcune sigle sindacali che riscoprono improvvisamente il valore della “chiarezza” e della “tutela” dei lavoratori, lanciando dubbi e allarmi sulla conversione volontaria del Fondo Risorse Decentrate (FRD) in crediti welfare al MEF. Un tempismo perfetto, se non fosse che le risposte alle loro stesse domande si trovano proprio nei contratti che loro stessi hanno firmato.
Come già fermamente evidenziato nel nostro precedente comunicato, avevamo messo in guardia tutti i lavoratori da questa dinamica: prima si firmano contratti a perdere e poi, sotto forma di fringe benefit, si vuole mettere una vera e propria pezza peggiore del buco, utile solo a nascondere precise responsabilità sindacali e politiche. E, a dirla tutta, il CCNL Funzioni Centrali non ha mai previsto l’istituto del fringe benefit (beni, servizi o rimborsi in forma non monetaria che il datore di lavoro riconosce ai dipendenti in aggiunta alla normale retribuzione in denaro) ma soltanto il così detto welfare aziendale autofinanziato con le risorse del FRD e, quindi, con i soldi di tutti i lavoratori.
È stato infatti il CCNL FC 2016/2018 a prevedere l'istituzione del welfare aziendale che, con successive modifiche, è approdato alla configurazione attuale stabilita nel CCNL 2022/2024. Da tali contratti è stata rinviata la gestione alle singole amministrazioni tramite contrattazione integrativa. E, come dicevamo, nel comparto Funzioni Centrali (Ministeri, Agenzie Fiscali, INPS, INAIL), a differenza del settore privato, non esiste alcuna erogazione automatica, obbligatoria o in quote fisse di fringe benefit. Infine, poiché ogni singola Amministrazione deve negoziare periodicamente i criteri di ripartizione, non esiste una data di inizio valida per tutti a livello nazionale. Tutto è demandato al tavolo locale.
È semplicemente paradossale l'atteggiamento di chi oggi si erge a paladino di serietà e rigore rispetto ad altre sigle (identiche a loro) che chiedono l'applicazione al MEF di quanto già siglato in ARAN. Possiamo dire… prima il danno, poi il populismo!
Parliamo infatti delle stesse organizzazioni sindacali che portano la responsabilità di aver firmato rinnovi contrattuali con cifre ben al di sotto del reale aumento del costo della vita, che lasciano i salari dei dipendenti pubblici drammaticamente impoveriti dall'inflazione. Le medesime organizzazioni sindacali che hanno accettato che il Fondo Risorse Decentrate, alimentato con il lavoro e i soldi di tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori, venga frammentato per finanziare un Welfare aziendale che, per sua natura, non sarà accessibile in modo eguale da ogni lavoratrice e lavoratore.
Troppo facile firmare accordi penalizzanti a livello nazionale e poi versare lacrime di coccodrillo nei comunicati locali, pretendendo di fare “informazione completa” per coprire il fallimento delle proprie scelte. Chi ha firmato le regole che oggi contesta ha perso ogni credibilità per dare lezioni di serietà.
La gestione superficiale dei benefit aziendali conferma che la contrattazione è stata sostituita da mezze misure. È tempo di tornare a un tavolo di negoziazione vero. Purtroppo, oggi ci troviamo di fronte a clausole contrattuali discriminatorie pensate per condannare all'isolamento sindacale chiunque esprima dissenso e rifiuti la firma di un contratto nazionale penalizzante. Si tratta di un vero e proprio “apartheid negoziale” che mina i principi fondamentali della democrazia nei luoghi di lavoro.
Il salario dei lavoratori si difende con aumenti netti e uguali per tutti in busta paga, non cedendo pezzi di salario comune a vantaggio di pochi e mascherandoli da benefit di facciata. Respingiamo la clausola antidemocratica che pretende di condannare all’isolamento chi esercita il diritto al dissenso non sottoscrivendo il CCNL. No al monopolio delle firme, sì alla democrazia sindacale!